Communication Technology
In principio era "potere è avere", in futuro il "potere sarà l'algoritmo"

In principio era “potere è avere”, in futuro il “potere sarà l’algoritmo”

In principio era “potere è avere”, in futuro il “potere sarà l’algoritmo”

Dall’esplosione del web 2.0 e dei social media si usa sempre di più il termine “algoritmo” definibile come “insieme di regole e procedure matematiche volte a trasformare un dato input in uno specifico output“.
In altre parole, la combinazione di dati e informazioni utilizzati per determinate finalità.
Alcuni esempi saranno più chiari delle definizioni, soprattutto riportando quelli che incontriamo più spesso sul web:
– quando interroghiamo un motore di ricerca, un algoritmo decide l’ordine con il quale mostrare i risultati, e tenendo conto che solitamente i visitatori scelgono tra le prime dieci proposte, risulta strategico il posizionamento tra i primi dieci;
– nei sistemi finanziari domina l’high frequency trading, detto anche “algotrading” che muove ogni giorno miliardi di dollari, e anche in questo caso la scelta di acquistare o vendere titoli è influenzata da molti fattori del mondo reale, talvolta incontrollabili;
– nell’e-commerce mentre scegliamo cosa comprare, spesso appare il banner “potrebbe piacerti anche…” frutto di un algoritmo che monitora il nostro comportamento, l’uso delle parole, e le query di ricerca per fornire altre opzioni sullo stesso tema;
– nei social network più utilizzati, un algoritmo prende in esame diversi fattori per proporci gli argomenti più interessanti per noi (sulla base dei nostri gusti, amicizie, ecc.).
Questi sono solo alcuni esempi di come gli algoritmi vengono utilizzati per orientare le scelte sul web, dalla semplicità di un acquisto alla complessità degli orientamenti elettorali.

APPROFONDIMENTI

Gli algoritmi

Alla base degli algoritmi utilizzati da siti e piattaforme commerciali domina l’idea che, elaborando matematicamente in tempo reale i dati delle navigazioni degli utenti del web (pagine cliccate, like sui social, parole chiave ricercate sui motori di ricerca, etc.), sia possibile offrire servizi, informazioni e suggerimenti "taylor made".

Nel concreto, il lavoro degli algoritmi online produce i pop-up pubblicitari che ci seguono dovunque, monitorando continuamente la nostra attività sul web: se abbiamo cercato scarpe, ci ripropone siti di scarpe, quando apriamo la home page di un sito di musica, ci ripropone brani di musica simile a quella che abbiamo ascoltato in precedenza. L'aspetto più interessante non è il resoconto dei dati in sè, ma ciò che da tali dati può emergere, con un particolare interesse per le previsioni sul futuro immediato.

Ovviamente queste tematiche sono già state affrontate da sociologi e teorici del web. Ma ciò che preme sottolineare è che tali riflessioni da "addetti ai lavori" sono rimaste tali, nel senso che l'utente digitale "normalmente informato", vive tali situazioni, ma forse non ne è completamente consapevole, o quantomeno le vive in modalità passiva, di accettazione rassegnata.
Su taluni internauti potrebbero risultare addirittura "piacevoli" o utili i suggerimento del "grande fratello algoritmo", ma il punto è che ci sia consapevolezza.

Il potere esercitato dagli algoritmi sulla società è stato affrontato criticamente da una molteplicità di teorici:

- c'è chi ha coniato il termine “algorithmic authority” (Richard Rogers) riferendosi a motori di ricerca che agiscono da “macchine socio-epistemologiche” che, sulla base di definizioni arbitrarie e commercialmente guidate di popolarità e rilevanza, determinano la visibilità (o non visibilità) di notizie, argomenti e fonti di informazione;

- c'è chi sostiene che le pratiche di categorizzazione e di profilazione degli utenti, attuate dagli algoritmi online, rappresentano una nuova frontiera del potere, capace di produrre “identità algoritmiche” assegnate a individui che si credono liberi ma in realtà sono costantemente condizionati (Cheney-Lippold);

- c'è chi ha ipotizzato di “fabbricare le realtà di domani analizzando i desideri di oggi” (McKelvey): in questo caso il vero potere algoritmico non si dispiega solo nell’output (ciò che ho appena vissuto nell'esperienza online), ma soprattutto in ciò che ne resta fuori, che in forma latente attende di essere attualizzato in modalità predittiva;

- ci sono le teorie di "agenda setting attorno a noi per noi", che non è costruita in base al messaggio veicolato dai contenuti, ma secondo le regole “generative” dell’algoritmo , in un processo dinamico e adattabile nel tempo, e quindi funzionale alle predizioni del futuro (Scott Lash);

- c'è chi ha parlato di "inconscio tecnologico" (David Beer) nel quale la quotidianità viene determinata dalla tecnologia guidata da lobby alle quali non si riesce a risalire; addirittura si può riuscire a indurre un continuo confondersi tra reale e virtuale e l'intero comparto cognitivo-comportamentale umano si sta plasmando sugli imput digitali.

L’obiettivo "dichiarato" dei siti Internet che impiegano algoritmi è offrire ai consumatori digitali quello che cercano, al fine di massimizzarne la soddisfazione e incrementare i profitti.
Appare evidente che il "povero" algoritmo non è colpevole in sè e per sè, ma è l'uso che ne viene fatto che potrebbe essere potenzialmente "fraudolento". Gli algoritmi rispondono principalmente a due assunti: la massimizzazione del profitto e la riduzione della complessità umana a un numero limitato di categorie più o meno stabili.

La difficoltà a resistere al potere dell'algoritmo è insita nella sua ubiquità, data dall'incessante lavoro di raccolta dati e la formulazione matematica che li governa, volutamente segreta. L'esempio lampante sono i siti che utilizzano servizi di SEO (Search engine optimization), i quali promettono di migliorare il posizionamento delle pagine web sui motori di ricerca: in realtà sono deliberatamente penalizzati dagli aggiornamenti frenetici del “motore” di ricerca, il quale punta viceversa a premiare quei contenuti che rispettano determinati standard qualitativi.

Il ruolo degli algoritmi nel Digital single market: il punto di vista italiano

Nell'ultima relazione annuale di AGCOM (Autority per le garanzie nelle comunicazioni) è emerso che l'attenzione dell'Antitrust è tutta focalizzata sul controllo dei mercati da parte del web, in particolare sul “ruolo che possono svolgere gli algoritmi nel realizzare il coordinamento delle attività economiche, particolarmente dei prezzi, di imprese concorrenti", ipotizzando una collusione "machine to machine".

Tale processo potrebbe essere possibile grazie all’effetto di polarizzazione della rete imposto da algoritmi che dettano i palinsesti dei nostri profili. Mentre ci apriamo all’evoluzione tecnologica, con il 5G e l’uso più efficiente dello spettro, non prendiamo le opportune precauzioni nei confronti degli "oligarchi del web" che possono influenzare l'utente dal punto di vista economico, sociale religioso e politico.

Come accade ormai da anni, la prassi procede molto più rapidamente delle regole, e queste ultime devono velocizzarsi per adeguarsi a ciò che si sta verificando nella realtà.

Ad esempio, recenti regolamentazioni hanno "rimediato" a dettagli che non erano stati disciplinati:
- l'abbattimento del "roaming" ci consente di mantenere il nostro profilo tariffario anche durante gli spostamenti nell'UE (ora ci sembra ovvio, ma inizialmente non era stato previsto);
- la "portabilità dei contratti" e dei dati nell'UE ci consente di usufruire dei servizi a cui siamo abbonati anche quando non siamo a casa.


La creazione del Digital single market comprende anche il lavoro legislativo armonizzato tra la componente trigona dell'UE (Parlamento, Consiglio, Commissione) e le Autority degli Stati membri che vigilano sul web.
Siamo stati così bravi a garantire i diritti nella vita reale (diritti fondamentali, lotta alle disuguaglianze, protezione dei deboli, rispetto della proprietà privata, diritto alla privacy ecc.) che rischiamo di perdere la sfida nella dimensione virtuale, se la sottovalutiamo. Sottovalutare il potere del web, e soprattutto il potere dell'algoritmo, ci mette in una condizione di inferiorità totale, che porterebbe ad un potenziale quanto rischioso dominio "oscuro" delle scelte del futuro.

L'homo digitalis ha il DNA performato sull'algoritmo, e solo con tale consapevolezza avremo fatto il primo passo: alcune mutazioni genetiche avvengono senza che siano state cercate (come le scoperte in "serendipity") e possiamo solo prenderne atto, ma molte altre mutazioni possono essere evitate o quantomeno "limitate" con regole finalizzate alla salvaguardia del "libero uomo in libero web".